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LA FAMIGLIA ALIDOSI
Il nome Alidosi si trova fra quelli dei notabili imolesi fin dalla più remota antichità. Esistevano due rami di questa famiglia, quello di Imola, che resse a lungo le sorti della città, e quello che aveva la signoria di Castel del Rio. A questo secondo ramo, che dominò il paese dal '200 al '600 con una politica spesso ambigua che si appoggiava ora agli Imolesi ora ai Fiorentini, appartennero personaggi notevoli. Riccardo, ad esempio, fu capitano del popolo e podestà di Firenze e, ai primi del XV sec., fu senatore a Roma. La fedeltà al papa e i vari rapporti di parentela con alcune famiglie toscane consentirono agli Alidosi di destreggiarsi abilmente, così che nel 1490 ebbero restituite dal cardinale Della Rovere (il futuro Giulio II) le terre precedentemente tolte loro. Fra i discendenti di questa famiglia, che ebbero incarichi importanti anche in Romagna, si distinse Francesco. Fu una canaglia assolutamente eccezionale e divenne addirittura cardinale nel 1505 grazie alla stretta familiarità con Giulio II, che lo aveva nominato tesoriere della Chiesa, poi vescovo in varie città, ambasciatore e legato pontificio a Bologna dove si distinse per la sua crudeltà. Avaro, sanguinario e corrotto, Francesco Alidosi faceva strozzare avversari politici o personali e finì ucciso da Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa, che l'Alidosi aveva calunniato per farlo uscire dalle grazie dello zio. Cesare Alidosi, discendente della famiglia e signore di Castel del Rio, nel 1529 dovette subire l'assedio e la distruzione del paese da parte di Ramazzotto, condottiero di papa Clemente VII Medici. Tuttavia a lui si deve la costruzione del ponte sul Santerno, elegante, slanciato e audace nel suo unico arco, e probabilmente la costruzione dell'attuale Palazzo, di puro gusto rinascimentale, dopo che un terremoto di notevole intensità aveva fatto crollare il castello e la rocca che sorgevano in alto sopra l'attuale abitato. L'ultimo appartenente alla famiglia Alidosi, Mariano, fu scomunicato e condannato perché, carico di debiti, aveva venduto tutti i suoi possedimenti, che papa Urbano VIII reputava invece feudi della Chiesa (alla quale tornarono nel 1628).

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